|
L'Invraisemblance du pouvoir. Mises en scène de la souveraineté au XVIIe siècle, a.c. J.-V. BLANCHARD e H. VISENTIN, Fasano, SCHENA; Paris, Presses de l'Université de Paris-Sorbonne, 2005, 286 p. Compte rendu de
Anna Rita CAPOCCIA.[1] Il
tema principale del volume collettaneo curato da Jean Vincent Blanchard
e Hélène Visentin è quello della ‘finzione' e delle strategie di
presentazione e di legittimizzazione del potere sovrano messe in atto ai
fini di rendere “verosimile, possibile e plausibile” il complesso
apparato materiale, visivo e simbolico della sovranità, nelle diverse
modalità con cui si presenta sullo sfondo dello scenario barocco
dell'Ancien régime: siano esse quelle della tragedia storica dei
fratelli Corneille o quelle delle relazioni degli ingressi solenni dei
re nelle città e del romanzo comico o eroico. Nelle sue finzioni
apparentemente difformi alla ragione, ma iscritte nella mentalità
collettiva, il potere sovrano, alla luce di questi studi, si svincola
inesorabilmente da ogni verità ‘effettuale' per costruire ed
esibire una ‘verosimiglianza' che può trasgredire le regole imposte
per il tramite di esso. Nell'introduzione
(pp. 9-28) Blanchard e Visentin affrontano il concetto di
‘inverosimile' e ‘verosimile' nelle tragedie, in rapporto alle
teorie della ‘ragion di stato' L'inverosimile della
rappresentazione tragica può rivelare, come accade nel teatro di
Corneille, una delle principali prerogative della sovranità nel secolo
dell'assolutismo - termine, tuttavia, considerato storiograficamente
improprio sulla base delle riflessioni di F. Cosandey e R. Descimon (L'absolutisme
en France: histoire et historiographie, Paris, Editions du Seuil,
2002) - quella, cioé, del ‘diritto all'inverosimile'. La
costruzione e l'imposizione dell'autorità del sovrano quale effetto
della rappresentazione del suo stesso potere e dei dispositivi
‘visivi' messi in atto a tal fine, costituiscono oggetto delle
teorie politiche del Rinascimento e del secolo barocco. Le connotazioni
attribuite da Jean Bodin alla sovranità si basano sull'autorità
‘assoluta e perpetua' del re, indipendente da ogni condizionamento,
anche legislativo, poiché, seguendo l'interpretazione di Jean Mesnard,
potrebbero crearsi situazioni in cui la salvaguardia del bene pubblico
esigerebbe, da parte del sovrano, la deroga alle leggi divine e naturali.
La concezione dell' “eccezione giuridica” del sovrano nei
confronti delle leggi imposte si connette con le teorie della ‘ragion
di stato' e con il problema dei rapporti tra l'esercizio del potere,
la morale e il diritto. La
‘ragion di stato', in questa prospettiva, giustificherebbe anche la
deroga alle leggi civili, oltre che divine e naturali, in caso di
necessità, segnando la completa autonomia della politica dalla morale e
dalla religione. Il diritto, secondo l'interpretazione di Carl Schmitt
(Teologia politica, cap. I), nell'ambito dell'Antico regime,
si fonderebbe, infatti, sulla violenza, in assenza di ogni costituzione
civile dello stato, e presupporrebbe l'esercizio della forza. Lo
stesso atto di imposizione della legge, dunque, di nascita della
costituzione di uno stato, consisterebbe in un atto di forza.
Nell'interpretazione della sovranità dell'Antico regime, la
valutazione del rapporto tra il potere sovrano e la legge costituisce il
cuore delle varie teorie, nel riconoscimento della ‘legittima
eccezione', da parte del sovrano, alla subordinazione al diritto da
lui stesso imposto: “La raison d'État semble plutôt mal nommée,
car elle ne connaît pas de raisons à proprement parler, hormis celle
de l'utilité publique” (p. 13). La
descrizione, efficace e realistica, del mondo della sovranità è
riscontrabile nel Principe di Machiavelli, nella valutazione dei
dispositivi adottati dal sovrano al fine di far apparire la realtà
quale egli vuole che appaia, al di là di ogni riferimento ai veri
problemi politici cui far fronte: tale ‘apparenza' si presenta, agli
occhi dello storico, non come verità ‘effettuale', ma quale come
menzogna necessaria alla sopravvivenza e all'espansione del potere
sovrano. L' ‘apparenza' della sovranità, tuttavia, e la
manipolazione della realtà sono il punto focale dell'esercizio del
potere. La ‘retorica del potere', qualora risulti efficace, è il
cuore dell'immagine prestigiosa e ‘maestosa' della sovranità e
soddisfa il desiderio di un popolo che si lascia facilmente accecare
dall'immagine del potere e che identifica questa stessa immagine,
razionalmente concepita, con la ‘vera sovranità', persuaso da una
retorica che assume come proprio e appropriato il binomio ‘forza-giustizia'.
Una
vera e propria ‘casistica' è alla base del discorso retorico di
imposizione della sovranità nell'Antico regime: “La ragion di stato,
che corrisponde alla retorica, sarà un'arte o facoltà di conoscere i
mezzi e i modi atti ad introdurre in uno stato e a conservar
qualsivoglia forma di repubblica” (L. Zuccolo, Della ragion
di stato, in Politici e
moralisti del Seicento,a c.
di B. Croce e S. Caramella, Bari, Laterza, 1930, p. 30). La ‘ragion di stato'
nel suo costituirsi e mostrarsi esteriormente quale ‘retorica del
potere', è dissimulata dall'apparenza della maestà e, qualora non
ci si interroghi sul fondamento di queste stesse apparenze e si resti ad
una mera valutazione degli aspetti visivi della sovranità,
quest'ultima sfugirebbe alla conoscenza e alla ragione. L'
“inverosimile del potere” su cui si interrogano gli autori dei sette
saggi pubblicati nel volume, si pone, dunque, quale “formula ermetica”
per connotare le diverse modalità di costruzione di un'immagine della
sovranità che si determina quale potere dell'eccezione, della deroga
della legge imposta, e che tende alla tirannia. La scelta del teatro e
della letteratura teatrale del Seicento quale luogo privilegiato di
rappresentazione della ‘retorica del potere', quale scenario in cui
la sovranità si rivela come mero effetto rappresentativo, giustifica la
connotazione di ‘inverosimiglianza' ad essa attribuita. La
questione della ‘verosimiglianza' nella tragegia, sin dalla Retorica
di Aristotele, era connessa con quella della ‘catarsi' del tragico:
uno tra gli scopi principali dell'arte tragica era di quello di
estirpare negli spettatori le passioni viziose per il tramite della
rappresentazione scenica e la “retorica della persuasione” si basava
sulla “probabilità della finzione”. Il verosimile nelle tragedie
del Seicento del teatro francese risulta, sulla base degli studi
pubblicati nel volume, strettamente legato alla riflessione
sull'autorità e sulle sue modalità di visualizzazione, in un ampio
contesto culturale che va dalla letteratura alle regole della convivenza
civile e mondana, dalle “teorie della percezione visiva” alla storia
della ricezione delle immagini della regalità, quindi a quella della
“ritualità del potere” (entrate solenni, feste di corte, ecc.),
dalle norme del diritto civile alle tradizioni e costumi del popolo.
Sulla base dei saggi che costituiscono il volume, il mondo politico del
Seicento è mondo di apparenza, un teatro che si mostra comprensibile e
si lascia guardare nella sua interezza solo qualora si considerino e si
svelino le intenzioni che sottendono i dispositivi visivi messi in atto
dalla sovranità. Nel saggio Le
spectacle du sang, l'incapacité des rois et l'impuissance du public
(pp. 31-51), Christian Biet, nel considerare la tragedia di Alexandre
Hardy, Scédase ou l'hospitalité violée, -che rappresenta la messa in
scena di un processo in cui il re deve giudicare circa un atto di atroce
violenza, ma non riesce a punire i colpevoli-, efficacemente connota il
teatro del XVII secolo, contro l'ideale del classicismo, quale
“teatro d'azione” che, attraverso gli eccessi spettacolari e
sanguinolenti, presenta uno dei possibili ruoli del potere sovrano nella
società, in relazione alla legittimità e alla ‘legittimizzazione'
del potere in un disegno provvidenziale divino. Il re rappresentato da
Hardy si mostra al pubblico quale sovrano impotente e incapace di
imporre ogni norma di giustizia, in contrasto con l'immagine di una
regalità forte e tirannica, quale quella della regina Cleopatra, ai
limiti della verosimiglianza, trasmessa dalla tragedia corneliana Rodogune, esaminata da John D. Lyons (La verité tyrannique, pp. 53-68). Le riflessioni dei Pensées
di Pascal sulla verosimiglianza e sulla tirannide costituiscono il punto
principale da cui parte l'analisi della tragedia di Pierre Corneille.
La valutazione del rapporto tra vero e verisimile e la comprensione da
parte del re dei mezzi con cui garantire l'ordine sociale, basati
sulla dissimulazione, presenterebbe, secondo Lyons, tratti comuni tra
Pierre Corneille e Pascal, tra la retorica della tragedia e l'apologia
dei Pensées: “Le spectateur cornélien et le lecteur pascalien éprouvent,
donc, une tension nécessaire entre vraisemblable et invraisemblable. Si
cette tension venait à manquer, les projets dramatique et apologétique
de ces auteurs n'attendrait pas le but visé. Dans les deux cas, la
verité monstreuse est reconnue, puis enterrée ou refoulée” (p. 68).
La
concezione del verosimile, tuttavia, in Corneille, non si esaurisce in
una rappresentazione degli eccessi del potere, ma è all'origine di
diverse considerazioni, basate sulla ricezione della rappresentazione
della verosimiglianza e inverosimiglianza del potere da parte dello
spettatore e, secondo l'interpretazione di Bénédicte Louvat-Molozay
(De l'invraisemblance du pouvoir au pouvoir de l'invraisemblance,
pp. 69-86) nell'opera del drammaturgo sarebbe riscontrabile
un'evoluzione dello stesso concetto che, a partire da una
rappresentazione dell'inverosimile del potere e della deroga
legittima da parte del re nei confronti della legge e della
morale, così come è rinvenibile ne Le
Cid e nell'Horace, si perverrebbe, poi, alla “verosimiglianza straordinaria”
dell'eroismo, presente in opere quali Cinna
e Nicomède. Il contributo è,
infatti, basato sul confronto tra la teorizzazione della nozione di
inverosimile presente nell'avviso al lettore dell'Héraclius
e nel Discours de l'utilité
et des parties du poème dramatique di
Corneille, -dove si propone un'estremizzazione della
verosimiglianza nei personaggi che rappresentano il potere nelle
tragedie- e quella elaborata, tra gli altri luoghi, nella Pratique
du théâtre e nelle Dissertations
contre Corneille redatte dall'Abbé d'Aubignac,
dove, al contrario, la nozione di verosimiglianza è in relazione con
una certa razionalità degli eventi rappresentati, con il ‘gusto'
dello spettatore e, soprattutto, con la morale. In Corneille, infatti,
la verosimiglianza non è intesa quale adeguazione ai costumi o alla
morale comunemente adottata, ma si pone nella rappresentazione
dell'eccezionalità propria del potere sovrano e del suo costituirsi
apparentemente al di fuori di ogni regola morale e di ogni norma
legislativa comunemente recepita, in una dimensione ‘straordinaria'
della verosimiglianza. Nella
seconda parte del volume gli autori considerano sia il problema della
“messa in scena” della sovranità femminile analizzata, oltre che
nelle tragedie di Pierre e Thomas Corneille, anche in quelle di Du Ryer,
di Regnault, di Boursault, di Racine e Il
contributo di Daniel Villancourt (Pouvoir, police, récit, pp.
161-182) propone un'originale interpretazione storiografica del
problema della verosimiglianza attraverso l'analisi del Roman
bourgeois di Antoine Furetière e di Clélie
di Mademeiselle de Scudéry, avendo quale punto di riferimento il
concetto di ‘polizia' che, nell'ambito dell'Antico regime, è
identificabile con l'ordine sociale e civile della collettività. I
personaggi borghesi rappresentati da Furetière hanno diverse difficoltà
ad assimilare pienamente il codice sociale dell'aristocrazia, così
come le figure eroiche del romanzo della Scudéry che, pur ribaltando
eccezionalmente un ordine, una logica di ‘polizia' e di politesse,
nel loro assumere il ruolo di personaggi contro-esemplari, di “figure
positive di sovversione”, mostrano efficacemente la necessità del
rispetto delle stesse regole che trasgrediscono. Nell'aspirazione ad
una verità non solo interiore, ma palesemente mostrata, anche
all'interno di un preciso codice sociale di regole di convivenza
civile, essi si configurano quali eroi eccezionali nello scenario di
‘necessaria dissimulazione', proprio della politica e della morale
del Seicento.
|