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Réponses de Francesco Polo Raimondi au
compte rendu de son ouvrage Giulio Cesare Vanini nell' Europa del Seicento rédigé par J.-P. Cavaillé Premetto
che si tratta di osservazioni che richiederebbero forse lo spazio di un trattato.
Qui per ragioni oggettive le risposte non possono essere che scheletriche. Spero
perciò che non mi si muoverà l'accusa di avere trascurato punti essenziali
nella discussione. D'altra parte se questa mia risposta è provvisoria, è
evidentemente suscettibile di ulteriori approfondimenti. Prima di
entrare nel vivo delle questioni mi preme sottolineare che talvolta le citazioni
desunte dal mio testo sono astrattamente estrapolate dal contesto e finiscono
con l'attribuirmi una linea interpretativa che difficilmente riconosco come
mia. Partiamo
dalle osservazioni di portata generale. Tu scrivi: “si potrebbe far presente
all'autore la sua tendenza a relativizzare e diminuire la portata sovversiva
degli altri pensatori dell'epoca, soprattutto nei confronti della religione,
al punto che l'impresa del Vanini appaia più originale e più radicale, ma
anche più isolata e quasi staccata dalle sue radici. Secondo l'autore infatti
‘il naturalismo rinascimentale e tardorinascimentale non sconfina quasi mai in
forme di miscredenza e di irreligiosità' (p. 267), tranne che nel caso del
Vanini”. Si potrebbe rispondere ritorcendo l'obiezione ed osservando che sul
versante opposto si corre il rischio di scoprire ‘atei' e ‘libertini'
dappertutto, come non infrequentemente ci accade di riscontrare nelle indagini
storiografiche di qualche studioso. Ma ovviamente voglio dare una risposta più
articolata. Veniamo alla Rinascenza, le cui filosofie maggioritarie sono, come
è noto, il platonismo e l'aristotelismo, quasi mai proposte nella loro
genuina fisionomia, ma anzi assai spesso combinate e intrecciate tra loro in una
reciproca contaminazione e piegate alle istanze di una intuizione creazionistica
e cristiana del mondo. Si tratta di un platonismo cristianizzato e di un
aristotelismo altrettanto cristianizzato, con il loro corredo di intuizioni
tipicamente rinascimentali, come l'universalismo, il pampsichismo o l'animismo,
il finalismo, l'antropocentrismo, la divinizzazione della natura, ecc.
(inutile dilungarsi su cose fin troppo note). Suppongo
che non vi siano difficoltà ad ammettere che all'interno del platonismo
possono tutt'al più incontrarsi forme di evasione ereticale, ma non certo
punte di irreligiosità o di ateismo. Il problema si pone, invece, all'interno
dell'aristotelismo che, con le sue concezioni della eternità del mondo, della
immutabilità del ciclo generativo e della intricata questione della mortalità
dell'anima, finiva col confliggere con il cristianesimo. Proprio perciò -
osserva giustamente il Nardi (Studi su
Pietro Pomponazzi, p. 372) - la tradizione aristotelica occidentale
tre-quattro-cinquecentesca si sforza “di togliere alle dottrine aristoteliche
quel che s'opponeva alla coscienza religiosa”, e inclinava o verso l'avicennismo,
evidentemente più compatibile con la teologia cristiana, oppure verso l'averroismo.
Scrive il Nardi che il gran commento averroistico fu preferito al vero pensiero
di Aristotele, perché quest'ultimo “non poteva in nessun modo accordarsi
con la rivelazione cristiana”. E prosegue: “si dissero averroisti ed erano
tutti cristiani e spesso ecclesiasti, perfino teologi e taluno rivestiva alte
cariche nella gerarchia ecclesiastica. Dichiararono doversi tenere ben distinto
il campo della fede e della speculazione teologica, da quello della ragione
umana e della filosofia. Non che s'avesse da credere che vi siano due verità
contrastanti ed opposte... bensì una dottrina che lo spirito umano conquista
con le sole forze della ragione... ed una verità più alta e più profonda alla
quale l'uomo non sarebbe in grado di arrivare senza l'aiuto della grazia e
della rivelazione divina”. Ciò
spiega perché il concordismo fu tra il Quattro e il Cinquecento un
atteggiamento prevalente. Tanto l'averroismo, che riconosce alla vita del
pensiero di potersi elevare nel congiungimento ad un intelletto separato ed
unico, quanto l'alessandrismo, che affida la stessa possibilità alla luce
della causa prima diffusa nella stessa materia, prestano il fianco ad ogni
possibile apertura verso forme di concordismo. Senza dire che le contaminazioni
platonizzanti furono altresì agevolate dalla diffusione dei commenti
simpliciani, filoponiani e temistiani. Ma non
v'è dubbio che tra gli aristotelici più rappresentativi e più attenti alle
posizioni del pensiero genuino dello Stagirita vi furono il Pomponazzi, Simone
Porzio, Vincenzo Maggi, Giacomo Zabarella e Cesare Cremonini. Nel
mio testo non ho accennato né al Maggi, né allo Zabarella e non è il caso di
discutere qui le loro tesi. Del Porzio ho abbondantemente segnalato le
propensioni materialistiche, ma va anche detto che restano da chiarire le
influenze valdesiane che forse agirono soprattutto sulle sue prospettive etiche.
Tuttavia tu fermi la tua attenzione sul Pomponazzi e sul Cremonini. Riguardo
al primo contesti la mia interpretazione in chiave concordistica. Naturalmente
sono ben lontano dall'avere la pretesa di aver colto nel segno, tanto più che
il Peretto è autore di difficilissima lettura per via di quel suo procedimento per
modum dubintantis che, se da un lato lo induce ad esplorare le questioni in
più possibili direzioni, dall'altro complica il
suo discorso, che si snoda in una miriade di obiezioni, risposte alle obiezioni
ed obiezioni alle risposte, rendendo snervante e faticosa la ricerca del nucleo
del suo pensiero. Non ho accennato nel mio lavoro ai corsi universitari
manoscritti, perché escludo che il Vanini possa averli letti. È vero che in
essi il Peretto è più franco e più pungente, ma la sua ironia tende a colpire
prevalentemente le posizioni più ingenuamente o più propriamente
concordistiche (cioè quel concordismo che mira ingenuamente a conciliare il
pensiero di Aristotele con la teologia cristiana). Di contro io ho dato al
termine concordismo una accezione più ampia e l'ho inteso come tentativo di
conciliare i principi della fede con quelli della ragione naturale. Che tale sia
l'orientamento filosofico del Pomponazzi emerge non da ciò che di lui s'è
detto nella seconda metà del Cinquecento - con buone dose di arbitrarietà e
spesso senza una diretta lettura dei suoi testi di difficilissimo reperimento
- ma da ciò che egli stesso scrive sia nei suoi corsi inediti che nelle opere
a stampa. Il De
immortalitate animae resta ancorato alla prospettiva di una elevazione o
partecipazione, sia pur relativa (secundum
quid), del pensiero alla vita immortale dell'intelligenza sullo sfondo di
una concezione averroistica della natura ancipite dell'anima e platonica o
neoplatonizzante della gerarchia della Intelligenze celesti. L'intervento
correttivo di Crisostomo Javelli (v- Solutiones
rationum animi immortalitatem probantium, in Tractatus
acutissimi, utillimi et mere peripatetici, Venetiis, Haered. Octaviani Scoti,
1525, ff. 108v-112r) dimostra che l'impianto complessivo del testo non era da
ripudiare (“Supposito pro nunc secundum sententiam tuam Aristotelem sensisse
humanum animum esse mortalem. Adhuc manifestatur rationes tuas non concludere
contra veritatem fidei”, ivi, f. 109r). D'altro canto la tesi della
neutralità o indecidibilità della questione della immortalità alla luce della
ragione naturale era notoriamente tesi scotistica, accolta persino da tomisti
puro sangue come il De Vio (o Caietano). Ma il
Vanini non conosce il De immortalitate
animae, perché non riesce a procurarsi né l'editio princeps del 1616,
né i Tractatus nella edizione
veneziana del 1625. La sua conoscenza del Peretto è limitata al De
incantationibus e al De fato. Nel
primo dei due trattati l'obiettivo perettiano non è - come crede il Pine
- quello di fondare una critica razionalistica delle categorie religiose, ma
piú verosimilmente di salvare l'esperienza religiosa dalle difficoltà in cui
si trova impigliata la ragione naturale. Egli assume come punto fermo la
distinzione tra miracula e mirabilia tracciata da Tommaso nelle Disputatae.
Qui il Dottore Angelico - riferendosi ad Agostino - puntualizza che la
nozione di miracula non può essere limitata all'insolitum o al praeter
naturam, poiché tali effetti possono talvolta essere essi stessi
riconducibili al potere naturale: «Quandoque - egli scrive - divinitus
fiunt praeter naturales causas, quae natura potest operari». Cosí la
guarigione della suocera di Pietro (Luc., 5) non fu vero miracolo, ma
opera della natura. Ciò che è proprio del miracolo è l'ostensione della
grazia e la conversione a Dio: «Non possunt dici miracula, quia haec non fiunt
ad gratiae ostensionem [...] Ad
hoc enim miracula fiunt ut homines convertantur ad Deum». Di
contro mirabilia sono gli eventi che ci sorprendono perché la loro causa
è occulta: «Secundum se autem aliquid est mirum vel admirabile, cuius
causa simpliciter est occulta [...] ea vero quae natura facit, nobis tamen vel
alicui nostrum occulta vel etiam quae Deus facit, nec aliter nata sunt fieri
nisi a Deo, miracula dici non possunt, sed solum mira vel mirabilia»[1].
Tale
impostazione tomistica è costantemente presente in tutto il De
incantationibus fin dalla individuazione delle tre possibili tipologie di
spiegazione naturale che pro via peripateticorum sono enunciate
all'inizio del capitolo terzo[2].
E per rendersene conto è sufficiente osservare che i termini piú
frequentemente adoperati dal Peretto in riferimento ai fatti straordinari
suscettibili di una spiegazione in chiave naturalistica sono appunto mirabilia,
mirabiles effectus, miri effectus, mirabile, miranda
e relative varianti[3].
Di contro il termine miraculum è utilizzato quasi esclusivamente in
relazione alla religione cristiana o al Vecchio Testamento con la
puntualizzazione - perfettamente in linea con la posizione tomistica - che «talia
miracula quae sunt praeter ordinem naturae creatae et a solo Deo fieri possunt
et [...] ipsam veritatem et firmitatem religionis Christianae aperte declarant»[4].
Perciò
non deve stupire - né può ascriversi a dissimulazione - quel distacco del
Peretto da Aristotele, che nell'ultimo capitolo del De
incantationibus appare essere anche più accentuato rispetto a taluni
precedenti corsi manoscritti. Il Vanini ha ben chiara la posizione intellettuale
e filosofica del Peretto e si guarda bene dal registrarlo in albo atheorum, ove egli annovera il Machiavelli, Cardano, Plinio,
Teodoro, Cicerone, Diagora, Protagora, Diodoro Siculo ecc. Nella discussione sui
responsa oraculorum distingue
nettamente le tesi del filosofo mantovano da quelle del Machiavelli: il primo
“in admirabili suo opusculo, De affectuum naturalium rerum causis, vera fuisse
confitetur oraculorum responsa, non tamen edita a Deo vel a Daemone, sed ab
anima et corpore coeli”; il secondo, qualificato come atheorum
princeps, “existimavit haec omnia falsa esse et a Principibus ad incautae
plebeculae instructionem conficta” (Amph,
p. 35-37). Ancor più esplicitamente ribadisce a poche pagine di distanza:
“Petrus Pomponatius in opusculo... vera esse dicit utriusque legis miracula”
(Amph. p. 52). D'altro
canto la posizione del Peretto traspare ancor più chiaramente nel De
fato, soprattutto nei libri III-IV, ove l'autore si pone esplicitamente
nella prospettiva della tradizione evangelica e, pur ammirando il rigore del
fatalismo stoico, lo respinge in nome della fede a causa della incompatibilità
con il principio del libero arbitrio e conclude il trattato recuperando il
determinismo fatalistico in una riconferma della predestinazionismo e
nell'assegnazione di un esiguo spazio alla libertà del volere umano. E non si
può non credere alla sincerità del Pomponazzi che attraverso la figura del
filosofo Prometeo palesemente dichiara - di fronte alla difficoltà di
conciliare i principi della fede e quelli della ragione naturale - il proprio
tormento interiore. E - ti assicuro - non si tratta di quella propensione
all'indagine psicologica da te respinta a priori, poiché qui siamo davanti ad
una attestazione dello stesso autore il quale esplicita la condizione
psicologica con cui ha condotto la propria ricerca. Né si può
pensare che il Vanini abbia tentato una lettura ateistica dei testi
pomponazziani. Più semplicemente egli ha spigolato in quel ginepraio di dubbi e
soluzioni, risposte ed obiezioni, tipici della procedura d'indagine del
Peretto per trovare materiale utile a mettere in crisi il provvidenzialismo e il
teleologismo cristiano. Resta in ogni caso equivoca la sua utilizzazione dei
testi del Mantovano perché li rende sospetti sotto il profilo teologico e
finisce con l'avallare la già compromessa immagine che di lui aveva il
secondo Cinquecento fino a consegnarlo - grazie anche agli interventi
mersenniani e garassiani - ai libertini eruditi come un loro antesignano. Inoltre
tu affermi che la mia interpretazione del Peretto mi induce a “criticare anche
il ‘mito del Cremonini filosofo déniaisé
e dai tratti libertini'”. Per la verità quell'”anche” fa quasi
apparire scandalosa la mia operazione. A me sembra di non avere affatto
diminuito - come tu dici - la portata sovversiva del Cremonini in materia di
religione. Anzi non escludo che a rigore lo si possa annoverare tra gli atei se
intendiamo dire che egli non crede in un Dio personale. Ciò che tuttavia si può
evincere dai suoi pochi testi accessibili è che il suo aristotelismo fu una
sorta di eclettismo in cui confluivano istanze averroistiche, alessandristiche e
persino platoniche. In ogni caso la filosofia naturale del Cremonini ha
evidentemente presupposti metafisici. La sua ‘teologia' (e forse conviene
osservare che in Vanini non c'è una teologia neppure in senso precristiano e
prettamente metafisico) della veritas
immobilis è rigorosamente aristotelica e, se è per ciò stesso
scristianizzata, è nondimeno appesantita dall'apparato neoplatonico della
gerarchia delle Intelligenze. Il giudizio del Naudé si può spiegare a partire
da almeno quattro fattori: 1) la fama guadagnata dal Cremonini in occasione
della sua battaglia antigesuitica; 2) la costante attenzione dedicatagli
dall'inquisizione; 3) l'esistenza di un gruppo di discepoli, come il
Franzosi, che soprattutto negli ultimi anni della sua vita si rivelarono assai
spregiudicati in materia di religione e ben informati sulla produzione
filosofica del Vanini; 4) il tentativo di ritornare all'aristotelismo
originario anche in contrasto con le dottrine delle fede. Non a caso il Naudé
sembra porre un nesso tra il déniaisé e l'aristoteslimo oltranzista osservando che il
professore padovano era un “vrai Tiercelet et parfait abrégé de la
philosophie d'Aristote”. Quanto al
Bruno confesso che mi sorprende l'estrapolazione di una mia affermazione da
tutto il contesto. Il passo da te citato si riferisce esclusivamente al quarto
libro della Cena delle ceneri ed il
mio intento era solo quello di rilevare come il Nolano avesse anticipato una
posizione che Galilei fece in seguito propria nella lettera a Cristina di
Lorena. Tu dici che il Bruno fu critico e aggressivo nella lettura del Vangelo: nulla
quaestio: sono pienamente d'accordo: lo fu soprattutto in merito alla
pretesa di fare del testo biblico una fonte di verità scientifiche. Il Vanini
ebbe lo stesso atteggiamento? Certamente, ma estese la contestazione anche ai
principi della fede e della morale e soprattutto mise in crisi l'autenticità
del testo sacro osservando che l'originale non è mai stato trovato. Sull'anticristianesimo
dello Spaccio mi sono soffermato in un
mio contributo su Vanini e la filosofia
napoletana del Cinquecento. Nella biografia invece ho voluto solo
evidenziare le innegabili differenze tra Bruno e Vanini nel proporre il tema
della identità di Dio e natura (v. dial. III dello Spaccio). Per dirla in termini sintetici: non credo di aver negato
la presenza in Bruno di spunti eterodossi: non mi pare tuttavia che si possa
parlare di posizioni ateistiche. Lo stesso si dica di Campanella, checché
risulti dagli atti del processo: le fonti più sicure sono i testi (a tal
proposito mi limito almeno per ora a fare riferimento ai due bei volumi della
Ernst, Il carcere il politico il profeta,
Pisa-Roma, 2002 e Tommaso Campanella,
Bari, Laterza, 2002). Insomma non nego che negli autori rinascimentali o
tardorinascimentali affiorino qua e là, con minore o maggiore accentuazione,
elementi di eterodossia, ma trovo che quando li si esamini a fondo si scopre che
essi restano all'interno delle categorie religiose (salvo il caso del
Machiavelli o dell'Aretino o di alcuni altri autori che però meriterebbero un
discorso specifico) e comunque non riescono a liberarsi - come invece accade
nel Vanini - di ogni prospettiva metafisica. È
possibile che la formazione religiosa del Vanini si possa spiegare in base ad
una presunta “cultura dell'irreligione” serpeggiante nei conventi
meridionali? Ne dubito profondamente, anche perché - per quel che ne sappiamo
- nel convento napoletano del Carmine Maggiore (poiché di questo stiamo
parlando e non di uno sperduto convento in una desolata realtà del meridione)
non mancarono episodi di degrado morale (potrei citare in proposito documenti
provenienti dagli Archivi Vaticani), ma non di vera e propria irreligione.
D'altro canto il Vanini se restò cinque anni nel Carmine Maggiore, fece anche
l'esperienza più edificante (almeno per la durata di tre anni e mezzo) nel
chiostro del Carmine di Padova. E in ogni caso io non amo ricostruire la storia
a partire da fenomeni di ordine generale. Se pure ci fu quella cultura
dell'irreligione nei conventi meridionali - e spesso ci fu - essa non è
sufficiente a farci capire l'esperienza religiosa del Vanini. Nella storia non
vale la deduzione che vale nella logica: il passaggio dal generale
all'individuale è più difficile da cogliere: occorre capire la specificità
della scelta religiosa del Vanini e per far ciò possono essere utili sì le
categorie della sociologia, ma anche quelle della psicologia se trovano il loro
fondamento in riscontri oggettivi nei testi o nei documenti. Mi rifiuto di
ammettere un adelon precluso allo
storico e forse accessibile solo all'onniscienza divina. Tutto ciò che è
umano o che appartiene alla sfera dell'uomo, sia che ci riferiamo a gruppi
sociali o collettività sia che ci riferiamo ai singoli, non è mai per
principio sottratto all'indagine dello storico, se non a rischio di sconfinare
in una sorta di deleterio pirronismo storico. Vanini si dice in un caso
‘allegrissimo' e ‘accarezzatissimo' dall'arcivescovo di Canterbury e
in un altro caso lamenta lo stato di miseria in cui si sente ridotto: non credi
che queste siano affermazioni indicative di due differenti condizioni
psicologiche, importanti per comprendere certi sviluppi della sua vicenda
personale? Perché precludere allo storico di capire meglio ciò che ha sotto
gli occhi nei documenti che di volta in volta consulta?
Isolato
il Vanini? Assolutamente no. Egli ha l'abilità di intrecciare rapporti in
tutti gli ambienti culturali in cui viene a trovarsi. Ciò accade a Napoli, a
Padova, a Venezia, a Londra, a Lione, a Parigi e a Tolosa. Talvolta conosciamo
meglio le sue relazioni culturali, talaltra in modo più approssimativo. Ma egli
è certamente un intellettuale capace di imporsi sia negli ambienti di potere
che in quelli di cultura. Fu uno sradicato? Certamente. Le sue radici salentine
sono sempre presenti in lui, ma la vita errabonda, il difficile rapporto con il
potere religioso cattolico e protestante, la rottura con l'ordine carmelitano
e con la chiesa lo rendono di fatto uno sradicato, privo di uno status sociale,
costretto a cercare il sostegno di qualche munifico mecenate. Il suo contatto
con il gruppo del Viau non può essere messo seriamente in dubbio. Qui davvero
ci sono gli atti del processo contro il poeta, ci sono i testi del Mersenne e
del Garasse che denunciano l'intreccio filosofico culturale tra i due
intellettuali. Ma si potrebbe osservare che il Garasse mente, esagera. Non v'è
dubbio: lo fa per delineare a tinte fosche gli esprits forts. Tuttavia è certo che egli non conduce battaglie
donchisciottesche contro i mulini a
vento. Dal suo punto di vista di gesuita tutto d'un pezzo i Viau e i Vanini
- ovvero gli spiriti nuovi e moderni - rappresentano un pericolo per le
istituzioni religiose ed ecclesiastiche. Garasse è in certo senso paragonabile
ad Aristofane (con i dovuti distinguo): anche questi mentiva ed esagerava a
proposito del povero Socrate, ma certo coglieva nel segno nel ritenerlo
portatore di una mentalità nuova e di idee nuove. È il tipico atteggiamento
del conservatore che teme che il mondo gli crolli addosso non appena avverte
nell'aria lo spirito dei nuovi tempi. Si può dubitare su molte delle cose
dette dal gesuita, ma si può essere sicuri che la sua Doctrine curieuse mirava a colpire quel perverso sodalizio che si
era venuto a creare intorno al Viau. Indubbiamente egli non manca di mettere
sotto accusa anche Charron, ma almeno nella Doctrine
curieuse - a differenza di quanto farà nella Apologie - sembra assegnare al canonico di Condom una parte minore.
I suoi bersagli principi sono il Viau e il Vanini, associati tra loro in una
comunanza di idee. Il tuo
invito a considerare i versi del poeta “avulsi dal loro contesto” è per la
mia forma mentis indigesto, perché
non riesco a leggere i testi se non nel loro contesto storico-culturale. E in
ogni caso tu riconosci che, pur in tale astrattezza, essi appaiono intrisi di un
‘naturalismo radicale' che può essere ricondotto alla Sagesse charroniana, se letta in chiave naturalistica. Potrei
rispondere che è un'ipotesi contro un'altra. Se la prima non è dimostrata
o dimostrabile, non mi pare che si possa dire diversamente della seconda. Il
tentativo della Rizza non è a mio avviso convincente per le ragioni che ho
esposte nel mio libro e che evito di ripetere. La mia metodologia storica mi
porta a ritenere che le influenze dirette sono più potenti di quelle indirette.
Se il Viau entrò in contatto con il Vanini (ciò che si evince dal fatto che i
due intellettuali frequentarono gli stessi ambienti di potere) è più
ragionevole pensare ad una influenza diretta. Vi sono prove? Non vi sono prove
neppure riguardo alla presunta derivazione da Charron. Vi sono però indizi
concorrenti e convergenti, provenienti dal Mersenne e da Garasse (per limitarci
alle fonti più sicure); v'è l'evasiva difesa del Viau nella Apologie: tutto concorre a fornire una versione più o meno coerente
dei rapporti tra il poeta e il Vanini: versione che oltretutto trova sostanziali
conferme nelle tematiche e nei contenuti della poesia del Viau. Quanto a
Charron, non nascondo le mie perplessità circa l'interpretazione da dare alla
sua Sagesse. So perfettamente qual è
quella corrente e dominante, ma ho difficoltà ad accoglierla. Il discorso
potrebbe essere qui veramente lungo e impegnativo. Osservo che ancora una volta
tu estrapoli dal contesto della discussione della tesi della Rizza la mia
osservazione sulla rivelazione in Charron. Mi sono limitato a citare un passo
della Sagesse (“Cecy ne touche point
les veritez divines, que la sagesse eternelle nous a revelez qu'il faut
recevoir avec toute humilité, et submission, croire, et adorer tout
simplement”). È possibile che si tratti di contesti protettivi, di
camuffamenti, di pura e semplice dissimulazione? Il problema è che dovremmo
ascrivere a dissimulazione diverse altre pagine e affermazioni e interi altri
scritti di Charron. Ma non possiamo prescindere dalla Preface e dall'Advertissement
della Sagesse. Qui sono delineati
nettamente i tre gradi (divino-Dio, umano-natura pura e mondano-natura viziata)
della saggezza e insieme è definito l'ambito di indagine del libro che è
quello della saggezza umana (della mondana non si parla che per condannarla) con
esclusione della saggezza divina (ovvero l'indagine metafisica sui principi e
sulle cause prime, oggetto non della ragione, ma dell'intelletto o
“entendement”), trattata ne Les Trois
Veritez (“de cette sagesse divine n'entendons aussi parler icy, elle est
en certain sens et mesure traittée en ma premiere verité et en mes discours de
la divinité”). Non dunque preparazione alla vita claustrale, ma alla vita
civile. In queste
premesse c'è già una netta linea di demarcazione che limita l'esercizio
della ragione antidogmatica alla sfera dell'umano. In apparenza la libertà
del saggio è sconfinata: il suo spirito è netto, libero, franco, universale;
giudica ogni cosa senza essere obbligato a giurare, si regola in tutto secondo
natura, cioè secondo la ragione che è la prima e universale legge e il lume
ispirato da Dio. Ma di fatto non è una libertà che si esercita nella vita
civile, perché non incide sull'assetto culturale, religioso e di potere.
L'antidogmatismo charroniano è improduttivo: non altera in alcun modo la
realtà del mondo, ma la lascia sussistere tra le maglie insuperabili della coutume e della tradizione. Lo stesso tentativo di modificare la
vita civile (la ribellione o la sovversione) è condannato come una forma di
dogmatizzazione. Ciò fa sì che l'antidogmatismo charroniano sia
“perimetrato”, “confinato”, chiuso entro limiti definiti: è
paradossalmente un antidogmatismo che si converte in conformismo e
conservatorismo o che presuppone un surrettizio e strisciante dogmatismo, che in
fondo riduce la vita civile a ‘farsa' e ‘finzione' e mette al riparo
l'autorità sulla base di un fondamento mistico. L'unico
spazio riservato alla libertà del saggio è quello privato, nascosto, intimo,
ma per ciò stesso inefficace e improduttivo. Per essere seigneuriale la sua libertà deve non solo evitare di obbligarsi e
di impegnarsi (“ne s'obliger ny attacher”, “n'epouser”), ma deve
altresì tenersi aperta a tutte le opinioni (“demeurer... universel, ouvert,
et prest a toute”). Per confermare inalterata e pura la propria facoltà
giudicante il saggio deve riposare in una sorta di indeterminatezza (“par
juger nous n'entendons pas resoudre, affirmer, determiner”) e in una mera ed
astratta ricerca della verità (“quester la verité). Qualsivoglia
determinazione lo farebbe ricadere nel dogmatismo. Tale procedura non vale solo
per la facoltà del giudizio, ma vale anche sul piano della prassi. L'accordo
e l'accomodamento “avec le commun” è solo un atteggiamento estrinseco,
nella sua interiorità il saggio è impossibilitato a determinarsi. Anche quando
si ammette che egli possa “juger le commun”, lo si dice in via di principio
o di “diritto”, poiché il giudizio in via di fatto resta impossibile.
Charron riproduce a più livelli lo schema dissociativo: tra il singolo e la
collettività; tra l'io esteriore e l'io interiore, tra il principe e il
popolo, tra l'umano e il mondano; tra il divino e l'umano. L'antidogmatismo
è reso necessario di fronte alla varietas,
all'incessante vicissitudine non del mondo fisico, ma della vita civile e
della storia. La sua funzione è in fondo quella di rendere impossibile
l'acquisizione della certezza. Tutto è relativo e contraddittorio: la verità
e la menzogna entrano in noi per la stessa porta e noi non abbiamo strumenti per
difendere la verità o per distinguerla dal falso. Farlo significherebbe
ricadere nella determinazione. Neppure la ragione, benché sia lume divino, è
utile allo scopo, perché essa è strumento pieghevole e malleabile come il
piombo, “elle tourne, et s'accommode à tout ce que l'on veut”. Prima
ancora di essere un imperativo teoretico, l'antidogmatismo è un imperativo
pratico: è una lezione impartita contro la vanitas
umana. C'è qui la stessa svalutazione cardaniana della sapientia
humana (v. il De sapientia),
delineata come “plaine de tenebres, foiblesse, incertitude”. È paradossale
che Charron si richiami in più occasioni a Socrate, ma non intenda il conosci
te stesso come la condizione ideale per avviare la conoscenza, ma al contrario
lo assume secondo il senso che esso aveva per i sacerdoti del tempio delfico,
ovvero come invito a considerare lo stato di miseria dell'uomo a fronte della
“hautesse mysterieuse de la verité” ove è “Dieu seul le Souverain esprit
et le vray principe du monde, qui seul est à croire pour ce qu'il le dit”
(di nuovo un recupero della rivelazione. vedi anche II, 2: ove si dice che la
verità è inaccessibile a qualsiasi strumento umano ed è “rivelata” da
Dio). È qui il
vero limite metafisico-religioso dell'antidogmatismo di Charron. Al livello
della verità divina scopriamo che lo scetticismo e l'antidogmatismo sono di
fatto preparazione della nostra anima a Dio. “Bisogna che essa sia svuotata,
ripulita, spogliata, denudata di ogni opinione e credenza, ridotta a carta
bianca, morta a se stessa e al mondo, per lasciarvi vivere e agire Dio”. Si
poteva essere più chiari per dire che l'antidogmatismo è funzionale alle
verità divine. Ma si obietterà che Charron relativizza tutte le religioni (v.
cap. II; 5) e che tale procedimento tocca anche la religione cristiana e la
cattolica. Indubbiamente. Ma ciò riguarda solo gli aspetti esteriori e
ritualistici e ancor più le incrostazioni riferibili alla superstizione. Ciò
che nella vita religiosa è produzione umana
è ciò divide e oppone gli uni agli altri nelle guerre di religione. La
miscredenza e l'irreligiosità derivano dalla eccessiva fiducia che l'uomo
ha nelle proprie facoltà di giudizio. Le religioni e il mantenimento delle
leggi richiedono spiriti semplici, capaci di assoggettarsi e lasciarsi guidare
dall'autorità pubblica. Tuttavia proprio l'aver depurato la religione da
tutte le incrostazioni storiche e dalle deviazioni della mentalità
superstiziosa, pone Charron nella impossibilità di proporre - almeno sul
piano della saggezza umana - la verità del cristianesimo. Sicché quando egli
tenta di definire “quelques traits” della vera religione è costretto a
farlo in termini tali da sconfinare in una sorta di deismo (v. II, 5, par.
15-19, che per brevità non cito). C'è in
Charron un complesso intreccio di scetticismo e di stoicismo, mitigati da altre
istanze politico-culturali, non escluse quelle di derivazione agostiniana (vedi
in proposito il nosce teipsum e la
scala verso la conoscenza di Dio, lib. I, Préface).
Il dubbio scettico con l'appello a non cadere nella presunzione della verità
e non legarsi ad alcuna posizione (n'admirer rien) relativizza ogni opinione
ed ogni coutume ed assicura le
condizioni per rigettare qualsivoglia forma di dogmatismo. Ma Charron
relativizza e insieme assolutizza la coutume.
I costumi cambiano da popolo a popolo, ma in ogni caso la coutume si sottrae ad nostro potere di intervento: essa è come un
territorio in cui ci troviamo dalla nascita e in cui ci siamo formati. I valori
della tradizione restano comunque compatti ed integri al di là dell'esercizio
del dubbio scettico. Il che mi induce a pensare che lo scetticismo charroniano
nasconda un orientamento fideistico. So benissimo che questa ipotesi
interpretativa ha trovato autorevoli e consistenti obiezioni. Non v'è dubbio
che la difesa charroniana della libertà filosofica non ha riscontro nelle
posizioni più tipicamente fideistiche dei teologi contemporanei. Né va
trascurato che la riflessione razionale investe e pone sullo stesso piano tutte
le religioni positive senza privilegiarne alcuna (salvo poi a trovare un
collegamento con Les trois veritez).
Ma resta il fatto che quella libertà filosofica è perimetrata, incapsulata,
privatizzata, resa inefficace, relegata ad un puro esercizio razionale: essa è
persino irrilevante ai fini della vita religiosa, poiché quest'ultima non
dipende da una nostra scelta autonoma e consapevole. L'etica elitistica
charroniana ha evidentemente una matrice stoica, poiché se per un verso
prescinde dalla logica escatologica dei premi e dei castighi, per l'altro
trova la sua radice nell'interiorità della coscienza e per ciò stesso non
riesce a fermentare o a lievitare nella società civile. Autonomia
etica? Laicizzazione della morale? Solo in linea di principio: sia perché i
presupposti metafisici sono messi al riparo dall'indagine razionale, sia perché
tutto il complesso apparato dell'etica eteronoma torna ad agire e a prevalere
per via della intrascendibilità della coutume.
C'è
spazio per una lettura della Sagesse
in chiave naturalistica? Temo proprio di no. Non che manchino spunti di sapore
naturalistico, ma sono marginali. Non si può dire che Charron riduca l'uomo
alla natura. Anche il discorso sulla naturalità dei pudenda presuppone l'ottica del Dio che “rien fait de honteux”
e della primigenia innocenza dell'uomo, che è ancora una volta concetto che
ha evidenti ascendenze teologiche.
Riguardo al secondo gruppo di osservazioni sarò molto sintetico, anche
perché esse sottendono tutte la medesima obiezione: quella cioè di aver ceduto
in taluni casi all'indagine psicologica. Concordo sul fatto che il compito
dello storico non è quello di sondare la vita psichica dei personaggi.
Condivido che l'indagine storica deve attenersi rigorosamente entro l'ambito
di ciò che è oggettivamente riscontrabile da parte di tutti. Non ho difficoltà
ad ammettere che le tesi storiche fondate sulla presunta “indole” di un
determinato personaggio sono prive di fondamento. Ciò posto, non escludo a
priori che dai dati oggettivi e debitamente documentati si possa risalire
talvolta allo stato d'animo di un autore soprattutto quando egli stesso ce ne
indica i precisi contorni. Il disagio provato da Vanini nel gennaio 1613, la
soddisfazione dichiarata al Carleton e al Lake (9 ottobre 1612), la notte
insonne passata in prossimità di Nizza, lo stato d'allegrezza provato al
momento della concessione del perdono papale, ecc. sono tutti stati d'animo,
sconfinamenti nella vita psichica, ma non hanno nulla di arbitrario, poiché
poggiano sul solido terreno tracciato dai testi e dai documenti. Quanto
alla sincerità della scelta di fede da parte del giovane Vanini, ritengo di
dover puntualizzare che le mie supposizioni non sono affatto di carattere
psicologico, ma hanno il loro fondamento in non pochi elementi oggettivi. In
passato si è spesso cercato di proiettare sul giovane Vanini posizioni che
appartengono chiaramente alla fase più matura e si è preteso di far risalire
la scelta della religione carmelitana a ragioni di ordine pratico (difficoltà
economiche conseguenti alla morte del padre o effetti del maggiorascato a favore
del fratello Alessandro). Oggi i documenti smentiscono tali ipotesi. E se
vogliamo le smentiscono gli stessi testi vaniniani. Non è infatti difficile
arguire da taluni accenni autobiografici che in giovinezza il Vanini fosse molto
più vicino alle tesi platoniche di quanto non si pensi. Ciò non emerge solo
dall'accenno al De contemnenda gloria,
che peraltro non può essere ricondotto, come tu affermi, a propensioni “meno
ortodosse” o addirittura “epicuree”, per il semplice fatto che non si può
in alcun modo ricondurre all'epicureismo il sottinteso tema del contemptus
mundi, tipicamente medievale. V'è il fatto che lo stesso Vanini dichiara
di avere in giovinezza condiviso la concezione platonico-rinascimentale e
ficiniana dell'uomo copula del mondo, di aver accolto la tesi temistiana
dell'anima signora del corpo. Tutto ciò induce a pensare che si trattò di
una vocazione sincera, indotta probabilmente dalle convinzioni filosofiche
maturate nella prima giovinezza. Lo stesso
discorso vale per le strategie di duplicità e ambiguità con cui fu scritta
l'Apologia pro Concilio Tridentino. Non si tratta affatto di ipotesi di
carattere psicologico, ma di supposizione fondata su dati oggettivi. Dai
documenti appare abbastanza chiaro che gli inglesi contavano di servirsi del
Vanini per la loro battaglia ideologica contro il papismo e contro l'assetto
ideologico tridentino. Ciò fa supporre che il Vanini avviò su suolo britannico
l'Apologia che, per essere divisa in
18 libri, doveva essere opera certamente monumentale. D'altro canto egli
l'aveva già quasi pronta per la stampa al momento del suo rientro nel mondo
cattolico. Se ciò è vero, non è concepibile che l'abbia pensata in funzione
antiprotestante, almeno finché le sue sorti dipendevano dagli inglesi e dal
rigido e intransigente Abbot. Né si può pensare che l'abbia composta nel
giro di un paio di mesi tra Bruxelles e Parigi e magari sotto gli occhi
dell'Ubaldini. Perciò se l'Apologia
fu realmente - come a più riprese scrive l'autore - uno scritto polemico
contro le eresie (ovvero contro le religioni riformate), evidentemente fu
riadattata nella prospettiva del rientro nel mondo cattolico. Cosa c'è di
psicologico in tutto questo? D'altronde chi ci garantisce che la
contestualizzazione antropologica e sociale, ammesso che metta capo a risultati
chiari, inequivocabili e attendibili per tutti (del che dubito), possa spiegare
le scelte individuali del Vanini. Torno a ripetere: nella storia le deduzioni
dal generale al particolare non hanno alcun valore e spesso sono arbitrarie e
comode illazioni dello storico che presume di spiegare in termini generali ciò
che non riesce a cogliere nella individualità e specificità del proprio
oggetto di indagine. Circa le
differenze tra l'Amphitheatrum e il De
admirandis ho segnalato la ‘diversa condizione psicologica' del Vanini
in relazione ai due soggiorni, lionese e parigino, ma non ho affatto inteso
ricondurre al piano psicologico i due testi. Se mai ho sostenuto in modo
inequivocabile che essi appartengono alla stessa fase del pensiero vaniniano e
si iscrivono nell'ambito dello stesso progetto filosofico. Tu osservi che il De
admirandis presuppone un diverso progetto di scrittura, più apertamente
rivelatore di idee sovversive ed eterodosse. Nulla quaestio, se tuttavia ammettiamo l'identità e unicità del
programma filosofico vaniniano. Resta comunque il problema di spiegare il
mutamento delle strategie di scrittura. Io credo che esso sia da porre in
relazione agli ambienti culturali di Lione e di Parigi. Non dunque una ipotesi
puramente psicologica, ma un chiaro riferimento al milieu socio-culturale in cui le opere furono concepite o quanto
meno pubblicate. Infine
qualche osservazione sull'atteggiamento tenuto da Vanini di fronte alla morte.
Tra gli episodi citati dalle fonti mi sembra più attendibile quello trasmesso
dal Mercure François (andiamo,
andiamo allegramente a morire da filosofo). Non si tratta di una scelta
arbitraria, né di una ipotesi fondata su considerazioni di ordine psicologico.
Credo che nel Capitolo VI siano sufficientemente giustificate le mie tesi. La
questione di fondo è che non tutte le fonti sono ugualmente credibili. Quelle
più vicine al rogo hanno quanto meno una attendibilità più forte. Questo è
il criterio metodologico cui mi sono sostanzialmente attenuto: non credo alle
versioni tardive, messe in circolazione per motivazioni ideologiche di parte.
L'aneddoto, secondo cui il Vanini avrebbe detto che l'esclamazione ‘mio
Dio' è solo un modo di dire, è narrato per la prima volta dal Valkenier in ‘t
Verwerd Europa nel 1675. Troppo tardivo: non gli si può dare affidamento.
L'episodio, secondo cui il Vanini avrebbe addossato al Cristo la responsabilità
per la fine dei suoi giorni, è narrato da Rosset (1619) ed ha - a mio avviso
- una qualche credibilità. Assolutamente inventato è invece l'aneddoto
narrato dal Gramond (il che depone male sulla sua attendibilità di storico),
secondo cui il Vanini, per il coraggio dimostrato di fronte al patibolo, si
sarebbe contrapposto al Cristo che, al contrario, sudò sangue davanti alla
morte. Che tale versione del Gramond sia falsa si deduce da due dati oggettivi:
1) egli attinge l'episodio dal Rosset, il quale, però, non si riferisce agli
ultimi istanti della vita del Vanini, ma ad una conversazione privata in cui il
filosofo avrebbe criticato la figura del Cristo; 2) preso spunto dal Rosset, il
Gramond si sovviene dell'analogo episodio narrato dal Crespin in occasione
della morte di Fanino Fanini di Faenza e, con una serie di equivoci, lo
riferisce acriticamente al rogo vaniniano. Su tutto ciò rinvio alla nota 2 di
p. 349 del mio volume, ove, tra l'altro, riconosco l'attendibilità della
versione fornita dalle Annales,
secondo cui il Vanini si sarebbe più semplicemente rifiutato di guardare il
crocefisso. Ora è evidente che nel vagliare tali versioni non c'è
assolutamente nulla di psicologico, ma c'è solo l'applicazione, forse
rigida, di un principio metodologico, teso ad avvalorare le fonti più immediate
rispetto a quelle più tardive. L'aver poi detto che la sentenza pronunciata
dal Vanini di fronte al Commissario è “degna della sua cristallina fermezza
di fronte alla morte”, sebbene sia un rilievo di ordine psicologico, non per
ciò costituisce il criterio di giudizio - come mi pare di aver dimostrato -
con cui ho proceduto al vaglio degli aneddoti citati. Ritorno
brevemente su Bruno per dirti che in questi giorni ho letto l'ultimo libro di
Paolo Rossi, Il tempo dei maghi,
Milano, Cortina, 2006, la cui interpretazione della filosofia bruniana non è
sostanzialmente diversa dalla mia. Mi rendo
conto di essere stato forse troppo sintetico sul Campanella e sull'Ateismo
trionfato. Mi limito ad indicare scheletricamente le mie opinioni. Le tesi
ateistiche denunciate dallo Stilese prevalentemente nel proemio sono
sorprendentemente quasi le stesse fatte proprie dal Vanini. Può sorgere il
dubbio che il Campanella adotti una strategia della dissimulazione e che- alla
stessa stregua del Vanini - intenda rafforzare più che confutare l'ateismo?
Può cioè sorgere il sospetto che le sue risposte e le sue repliche contro gli
atei siano volutamente deboli? È noto fin dal Sei-Settecento il testo fu
interpretato talvolta più nel senso di un ateismo trionfante che in quello di
un ateismo trionfato. Tuttavia tale interpretazione a me pare superficiale e
poco rispondente ai reali obiettivi apologetici del Campanella. D'altro canto
le obiezioni mosse contro di lui dai consultori del Santo Uffizio ruotano
intorno alla identificazione del cristianesimo come religione naturale e alla
conseguente estensione della salvezza fuori dell'ortodossia cattolica. Qui è
il punto di massima frizione dello Stilese con le gerarchie ecclesiastiche, ma
non ci sono elementi per dire che egli dissimulasse le proprie idee. Anzi sapeva
fin troppo bene che le sue tesi sulla ‘naturalità' del cristianesimo e
sulla salvezza lo ponevano in conflitto con Francesco
Paolo Raimondi Giugno
2006 [1]
Tommaso,
Quaest. Disputatae, De potentia Dei, Quest. VI: De
miraculis, II. Ad
essa il Pomponazzi si richiama esplicitamente v. P. Pomponatii
De incantationibus, VI, p. 81 e VIII, p. 104. [2]
P. Pomponatii De
incantationibus, III, pp. 21-22. [3]
A titolo d'esempio le occorrenze di mirabilia sono ben 13 (pp. 25,
31, 46, 52, 124, 141, 198, 206, 283, 303, 306, 313), quelle di mirabile
o mirabilitas o mirabiles effectus (affectus, operationes,
res, visiones) sono 10 (pp. 33, 34, 36, 47, 84, 206, 212, 213,
215, 225); quelle di miri effectus (mira virtus) sono 3 (pp.
30, 46, 50); quelle di mirandum o admirabile sono 7 (pp. 84,
86, 123, 242, 274, 291, 309) per un totale di 33 occorrenze tutte riferite a
fatti straordinari non interpretabili come miracoli, poiché estranei alla
tradizione mosaico-cristiana. Le occorrenze di miracula sono in
totale 36. Solo in tre casi (pp. 105, 152) il termine è usato in
riferimento alla guarigione del cieco e dello zoppo da parte di Vespasiano,
per il semplice fatto che il testo svetoniano, da cui attinge il Peretto,
intitola De miraculis il capitolo ad essi dedicato. In ogni caso il
Pomponazzi si affretta a dichiarare che si trattava di miracula inventa.
Generiche sono le occorrenze a p. 146 (statuarum miracula), e a p.
147 (historiae talia miracula referentes). A p. 104 si usa
l'espressione Gentilium miracula per precisare che si trattò di
prodigi a Deo facta. In tutti gli altri casi il termine è riferito
ai miracoli del Vecchio o del Nuovo Testamento. Piú in particolare esso è
connesso genericamente alle leges (pp. 65, 293-94), alla lex
christiana i cui miracula frigescunt per l'appropinquarsi della
sua fine (p. 286), alla trasformazione delle verghe in serpenti operata da
Mosè secondo Ex., 7, 9-12 (p. 65), ai miracoli biblici (p. 94), alla
resurrezione di Elia narrata in III Regum, 18 (p. 66), Dan.,
4, 1-24, (p. 271), ai verissima miracula di cui agli Act. I,
5, 12-16 (p. 97), alla passione di Cristo e di S. Caterina (p. 67), alle
stimmate di Francesco (pp. 67, 84), ai miracoli degli apostoli e di Cristo
(p. 304), ai miracoli invocati dai fedeli attraverso le suppliche (pp.
231-32), alle apparizioni di Celestino (pp. 156, 159), agli ex votis
(p. 83), ai miracoli di cui parla Dionigi nella lettera a Policarpo (pp.
313-15), alla competenza della Chiesa di stabilire ciò che è da stimare
miracolo (p. 83), a citazioni di Tommaso (pp. 81-82, 104) o di Alberto (p.
242).
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